la rachele e solodascavare e fango hanno fatto tre zipponi da venti canzoni l’uno, totale sessanta canzoni da scaricare per affrontare meglio l’inverno.
adesso vai nei tre link, li apri in un nuovo tab, leggi le tracce, clicchi sui megaupload, fai insomma i soliti due o tre passaggi per avere la musica senza spendere i soldi, dai, non è difficile.
(rachele ci ha messo lua e tijuana lady, due canzoni che se ci conosciamo come si deve ti ho fatto ascoltare sicuramente)
poi, già che ci siamo, la rachele, che come si sarà capito è l’unica dei tre che conosco anche nella vita vera, è l’ospite del mese di setteperù e ha co-fondato una rivista di viaggi e viaggioni in cui presto scriverà pure mio cugino, leggete setteperù a cadenza settimanale e aggiungete No Borders ai vostri feed-cosi.
poi federico ha scritto una cosa sui fiammiferi e diego ne ha scritta una sulle bolle e mi sembrano tutte e due bellissime, e poi quel cd gratis della gaia e dei suoi amici è diventato a offerta libera perché, indovina un po’, gliene abbiamo ordinati troppi e non ci stanno dietro.
ordiniamone ancora.
poi ordiniamo la centoventotto rossa, che è un po’ che non ve lo ricordo: magari ieri sera ci avete sentito per radio, eravamo quelli che non sapevano parlare.
dal vivo siamo meglio.
Scrivo. Scrivo che scrivo. Mentalmente mi vedo scrivere che scrivo e posso anche vedermi vedere che scrivo. Mi ricordo che già scrivevo e anche che mi vedo scrivere che scrivevo. E mi vedo che ricordo che mi vedo scrivere e mi ricordo che mi vedo ricordare che scrivevo e scrivo vedendomi scrivere che ricordo di avermi visto scrivere che mi vedevo scrivere che ricordavo di avermi visto scrivere che scrivevo. Posso anche immaginarmi che scrivo che già avevo scritto che mi sarei immaginato che scrivevo che avevo scritto che mi immaginavo che scrivevo che mi vedo scrivere che scrivo.
Mario Vargas Llosa ha vinto il Nobel per la Letteratura, allora ho preso l’unico libro di Mario Vargas Llosa che ho in casa (La zia Julia e lo scribacchino) e ho copiato non l’incipit (che sarebbero parole di Mario Vargas Llosa), ma l’esergo, cioè la citazioncina a inizio libro, quella citazioncina che molto ci dice sull’autore che la sceglie, e infatti Moby Dick ha venti pagine di eserghi, mi sembra. Questo esergo di Vargas Llosa è tratto da un libro di Salvador Elizondo che si chiama El Grafògrafo, ma l’accento sulla o è voltato dall’altra parte.
L’unico libro di Mario Vargas Llosa che ho in casa inizia così:
“In quel tempo remoto, io ero molto giovane e vivevo con i miei nonni in una villa dai muri bianchi di calle Ocharàn, a Miraflores. Studiavo all’università di San Marcos, legge, mi sembra, rassegnato a guadagnarmi più tardi la vita da libero professionista, anche se, in fondo, mi sarebbe piaciuto di più riuscir a diventare uno scrittore”.
Poi va avanti per trecentocinquanta pagine e finisce così:
“Ma che a lei non gliene importava un bel niente di commettere crimini di lesa cultura, sicché, la prossima volta che io fossi uscito alle otto del mattino con la storia di andare alla Biblioteca Nacional a leggermi i discorsi del generale Manuel Apolinario Odrìa e fossi tornato alle otto di sera con gli occhi rossi, puzzando di birra, e sicuramente con macchie di rossetto sul fazzoletto, lei mi avrebbe graffiato o mi avrebbe rotto un piatto in testa. La cugina Patricia è una ragazza di carattere, capacissima di fare quello che mi prometteva”.
Dalla pietra pomice trae origine il verbo “pomiciare”. Letteralmente, il suo significato indica l’operazione di sfregamento della pietra pomice sul corpo umano.
Figurativamente, il pomiciare indica quell’attività eroticoamorosa che va dal bacio allo strùscio dei corpi senza mai però spingersi oltre. La penetrazione non fa parte del pomiciare. Incontro di labbra, toccatine timide e magari inesperte, corpi che si strofinano con ancora i vestiti addosso. È un verbo da prima uscita, da primo contatto. Il suo campo di gioco è la creazione di vicinanza affettiva. Lavorare sull’animo e sul corpo dell’altro come di pietra pomice, per ammorbidire.
Ma, forse, è più sottile il senso del verbo pomiciare. Perché il suo senso più profondo non riguarderebbe l’atto ma la cosa in sé. Pomiciare quindi deriverebbe non dall’azione compiuta con la pietra pomice ma dall’essere la pietra pomice e, come tale, comportarsi di conseguenza: agire senza mai rischiare di sprofondare, in una continua limitazione delle possibilità, la mano che avanza e subito si ritrae indietro, il sesso che pulsa ma rimane incarcerato, i fianchi che vorrebbero esplodere in corse sfrenate e invece niente. Nessun affondo. Nessuna profondità. Nessun rischio di farsi male. Questo è il pomiciare. Galleggiare continuamente sulla superficie del sentimento, senza il coraggio o la voglia di affondarci dentro, in una sospensione che volutamente ignora il pericolo e l’ebbrezza dell’annegare.
davide enia
mio padre non ha mai avuto un cane
zoo ||| scritture animali ||| 002
:duepunti edizioni
una collana diretta da giorgiovasta e dariovoltolini con copertine in merda vera di elefante vero.
È uscito oggi.
grazie, davidù.
(io continuo a dire limonare)
“Smise di leggere il racconto nel punto in cui un personaggio smetteva di leggere il racconto nel punto in cui un personaggio smetteva di leggere e si incamminava verso casa dove qualcuno che lo stava aspettando si era messo a leggere un racconto per ammazzare il tempo ed arrivava al punto in cui un personaggio smetteva di leggere e si incamminava verso casa dove qualcuno che lo stava aspettando si era messo a leggere un racconto per ammazzare il tempo”.