1. 6 11 2009

    c'è il mare in Armenia

    Ecco, dieci secondi e non avevo ancora scritto niente, e adesso sono già passati trenta secondi e le parole sono ventuno. No, non credo che scrivere con il conto alla rovescia faccia per me. Magari fa per voi, e allora vi dico cosa sta succedendo: c’è un sito, ci sono dentro in questo momento, si chiama Write Or Die, scrivi o muori. Funziona così: scegli un tempo (10 minuti), scegli il numero di parole (600, come quelle del pezzo di ieri su Levi-Strauss), e soprattutto scegli la modalità con cui questo sitarello ti frusterà in caso di improduttività. Putting the Prod back in Productivity, dicono loro, o qualcosa del genere. Questa cosa della produttività non credo faccia per me, oh, ma che novità, il giovane scrittore che rifiuta gli ingranaggi del sistema e scrive quando gli pare. Già, ma quando scrivi? Scrivi o muori, e in effetti sei ancora vivo: essere vivo, per uno scrittore, è uno svantaggio. Come dice il mio amico Angelo Zabaglio: “il problema dei giovani scrittori è il fatto che scrivono”, o qualcosa del genere, potrei pure scrivergli una mail e chiedergli la citazione esatta, o andare a pescarmi il suo disco dalla pila dei dischi e sentire come la dice, perché l’esattezza è importante, ma più che l’esattezza conta

    Oddio, ecco, lo schermo è diventato rosa. Sono passati cinque minuti da quando ho scritto le prime duecentotrenta parole, e lo sfondo ha fatto un rapido bagliore rosa per dirmi che stiamo entrando nel punto di non ritorno. Ecco, qui volevo citare Ritorno al Futuro 3, la scena in cui Doc mostra a McFly il modellino con il percorso del treno, e “questo è il punto di non ritorno: fino allo scambio dei binari puoi ancora fermarti, da lì in poi devi dare gas, altrimenti finisci nel burrone”, ma non mi veniva: ho cancellato venti parole e ne ho riscritte cinquanta.

    Sono a metà  delle parole che dovrei scrivere e mancano due minuti alla fine del mio tempo: ho scelto la Modalità Kamikaze e chissà cosa mi succederà. Oddio, sono stato fermo dieci secondi. Forse non dovrei ascoltare l’Armenia Navy Band mentre scrivo. Armenia Navy Band vuol dire Banda della Marina Militare Armena, solo che in Armenia il mare non c’è. E’ un po’ come dire la spiaggia di Bologna.

    Una volta sono stato a un incontro con Goffredo Fofi, e lui diceva che bisogna difendere le ragioni dell’utopia: c’era uno critico che criticava un altro critico perché non aveva notato che a un certo punto di una commedia di Shakespeare c’è un errore, a un certo punto Shakespeare dice che la Boemia è sul mare, e invece la Boemia non è mica sul mare, come l’Armenia. “Ma la Boemia deve essere sul mare!”, aveva detto Goffredo Fofi “Se Shakespeare ce l’ha messa vuol dire che gli serviva! Si tratta di arte, mica di scienza, e noi siamo al mondo per difendere le ragioni dell’arte. Cioè, dell’utopia”. Ho tutto il diritto di credere che il senno di Orlando sia sulla Luna, o che la Luna sia fatta di formaggio, o che l’Armenia abbia il mare, perché se non c’era un matto che formava la Banda della Marina Militare Armena io non avrei avuto niente da ascoltare stamattina: lui si chiama Arto Tuncboyaciyan e tutte le recensioni che trovi su internet iniziano con “se avesse un cognome più facile da pronunciare, Arto sarebbe già famoso”. Arto me l’ha fatto scoprire il mio amico Marcello: una volta l’ha visto in concerto e Arto suonava una bottiglia di Coca Cola (c’è il video su youtube, non ci si può credere). Il mio amico Marcello sente che sto ascoltando la Banda di Arto, mi spunta alle spalle e legge la storia del mare che non c’è, né in Boemia, né in Armenia. E’ come in quella canzone di Ivano Fossati, dice Marcello: L’uomo con i capelli da ragazzo. “Chi venisse a prenderlo una domenica vedrebbe che bel mare che c’è”. E sta parlando della Lombardia. Seicento sessanta sei parole.

    Forse ho sbagliato qualcosa, o forse il sito è uno scherzo, o forse il kamikaze è un kamikaze sonoro e io non l’ho sentito perché  stavo ascoltando Arto Tuncboyaciyan (sì, ho fatto copiaincolla). Sta di fatto che alla fine dei dieci minuti non è successo niente. Ero arrivato a cinquecentocinquanta parole, ed è scaduto il tempo. E non è successo niente. Allora ho finito la frase, sono andato a cercarmi il testo esatto del ritornello della canzone di Fossati e l’ho incollato lì, ed erano seicento sessanta due. Ne ho aggiunte quattro e sono diventate seicento sessanta sei. 666. Sì, Write or Die è il male.