E non c’è posta nella cassetta e non c’è uva nelle viti e nella scatola non ci sono più cioccolatini e nella miniera non ci sono più diamanti e non abbiamo né i soldi né lo sbattimento per andare a vedere Leonard Cohen, santiddio, Leonard Cohen, altro che gli Arcade Fire, domani sera c’è l’unico concerto italiano di Leonard Cohen, il più grande cantautore americano vivente, e infatti è canadese, il più grande di tutti dopo Bob Dylan, che infatti si è schiantato in moto quarant’anni fa e questo qui che c’è adesso è un sosia.
Leonard Cohen è il mio cavallo da corsa del Fantamorto, tra venti giorni compie 76 anni e quest’anno gli è già venuto un infarto e si è già incriccato un’anca e da marzo a settembre non ha fatto quasi nient’altro che dormire e leggere Garcia Lorca: sembra sempre che debba rimanerci e non ci rimane mai, finirà che ci seppellirà tutti e io non vincerò mai al Fantamorto, però io l’ho detto a gennaio che il 2010 sarà l’anno in cui morirà Leonard Cohen, e quella di domani è l’unica data italiana, l’ultima data italiana, secondo me. Poi spero di sbagliarmi, eh.
Leonard Cohen torna in Italia domani sera in piazza Santa Croce a Firenze con un’orchestra di dieci elementi e i 4200 biglietti sono andati bruciati come la paglia, anche se il più economico viene 46 euro e il più fighetto non lo stiamo neanche a dire. Tra l’altro la Repubblica di Firenze (nel senso del giornale) faceva notare come l’evento stia “richiamando appassionati da ogni continente, ma ben pochi fiorentini. I 3.600 biglietti venduti fino ad oggi, che sembrano annunciare un rapido sold out, sono stati acquistati per il 60 per cento all’estero: in Canada e in Israele, ma anche in Europa, Stati Uniti e persino in Australia e Brasile. Quanto ai restanti, un 20 per cento è stato venduto a italiani che vivono a più di 300 chilometri di distanza da Firenze”. Già me lo vedo Matteo Renzi che dice diobono bimbi, io più che portarvi Leonard Cohen in piazza cosa devo fare?
In ogni caso, un’ora e mezza di Leonard Cohen con i violini è una noia, nessuno dice il contrario. Ma pure un’ora e mezza di filosofia è una noia, un’ora e mezza di Kurosawa, un’ora e mezza di pistacchi sbucciati, del posto delle fragole, di tutte le cose che per essere belle hanno anche bisogno di essere faticose, un’ora e mezza di stile libero in piscina è una noia, ma non è mica una noia come Leonard Cohen.
Se è vero che la felicità diventa sovversiva quando si collettivizza (e chi siamo noi per dare torto a Pazienza), è vero anche uno dei possibili contrari: la tristezza diventa sovversiva quando si individualizza. La tristezza individualizzata non viene benissimo in una piazza con altre 4.199 persone, ma voi che siete uomini tra i gelati e le bandiere e avete (avuto) i soldi e lo sbattimento per andare a vedere Leonard Cohen sarete tristi e vi annoierete e nei giorni successivi annoierete tutti con la vostra tristezza, la vostra speranza perduta nel momento esatto in cui il 76enne dice Hey, that’s no way to say goodbye, e poi invece se ne va.
Il bambino mangia tutto tranne le verdure, il vecchio mangia le verdure tranne tutto, è canadese e buddista e vegetariano ed è il miglior cantautore possibile e quando mi chiedi cos’è per me la tristezza individualizzata io posso solo risponderti che non ci sono più diamanti nella miniera e non ci sono più cioccolatini nella scatola e nelle viti non c’è più uva e mi hanno rubato tutta la posta, chissà se lei mi ha scritto, chissà se mi scriverà.
Lei è vestita di blu e ti chiede se le dai la rivincita. Quello con la camicia bianca (che sei tu) dice a tutti che non ha amici. E i fiumi stanno per tracimare per i troppi cassonetti arrugginiti. E io una canzone così triste non l’avevo mai sentita, speriamo che non la suoni, io una canzone così triste giuro che l’ho fatta sentire a una ragazza con un auricolare solo e giuro che quella ragazza, una che alle Luci della Centrale Elettrica gli sputerebbe in faccia se potesse, quella ragazza quando ha sentito (la cover di) Diamonds in the mine ha pianto come una vite tagliata (cit.).
Settembre, dicevano quelli, ci porterà via con sé: suona quel che ti pare, Leonard Cohen, e cerca di non morire, se puoi, e cerca di non suonare Diamonds in the mine, se puoi.
grassetti miei. (il blu non è mai un caso.)