il punto non c'è.

un blog di simone rossi (chi?)
silkeyfoot chiocciola gmail punto com

andalou

Questo pezzo dura poco più di un minuto e si intitola 20 duros. Parla di uno che trova per terra una moneta da 2 euro e per festeggiare va al bar e ordina un cafe con leche, ma quando arriva il momento di pagare si fruga in tasca e non trova più la moneta. Allora dice Camarero, disculpe usted, avevo trovato una moneta en la calle de la suerte, ma adesso come adesso non la trovo più, quindi, se vuoi, il caffè te lo pago cantando asì: cafelito del titiritì, cafelito del titirità, cafelito que me alegra las penas, e che mi porta di qua e di là, lallero, lallà.
L’ho sentita cantare a San Pedro attorno a un tavolo di fronte al mare da un chitarrista riccio con un orecchino per orecchio e sette pirati che battevano le nocche sul legno e un cane bianco che ciclicamente reclamava attenzione. Avrei voluto fortissimo metterci sopra due note di clarinetto, o caricare una moka, ma 20 duros a quanto pare è una buleria e io non ho ancora imparato a tocar por buleria.
Sei ore prima di questo momento, in spiaggia, al pomeriggio, un tizio del cerchio a fianco si alza, si stacca dal gruppo, cammina verso il mare e si mette a fare yoga, tai chi o non so cosa, sta di fatto che a un certo punto il maledetto fricchettone si mette in verticale, in verticale sulle mani, con le dita dei piedi puntate alle nuvole e una tartaruga zampe all’aria tatuata sulla coscia sinistra, slippino blu gonfio di aspettative e capelli ricci densi e indifferenti alla forza di gravità, occhi chiusi. Una statua al contrario, immobile nel vento per tutto il tempo che mi ci vorrebbe a caricare una moka, far venire su il caffè e bermelo freddo. Sarebbe bello dire che il tempo si è fermato, ma non succede mai, ma ogni tanto di fronte al talento puro succede che il tempo si dilati, questo sì, e poi si comprime, è inevitabile, succede, si dilata e si comprime mentre il chitarrista riccio suona la buleria benissimo e ride e sorride, sorride sempre, e gli ultimi tre passi in un salto, è un equilibrista, cammina sui pezzi di vetro con le mani, è un atleta hippie con le dita affondate nella sabbia a cercare i due euro che gli sono caduti facendo la verticale. Il chitarrista lo ascolterei tutta la notte, l’atleta sta iniziando ad annoiarmi. Nel momento esatto il cui inizio a provare a distogliere lo sguardo, l’atleta sposta leggermente il peso verso destra e solleva da terra la mano sinistra, tenendosi su come una stella marina o la croce di Cristo. Questo tizio sta facendo la verticale su una mano sola. Sto per far partire un applauso, già le ragazze nei dintorni si sollevano sui gomiti e si abbassano gli occhiali da sole sul naso per guardare lo slippino blu dal basso verso l’alto, quando il maschio alfa che dorme dentro di me si sveglia e dice Sì, vabbeh, però scommetto che lui non è capace di suonare un re settima con la nona bemolle.
Ya, seguro que el cabron no se sabe tocar por buleria. Torniamo a testa bassa sugli strumenti e lasciamo le ragazze ai loro ormoni: anche i chitarristi ogni tanto vengono guardati come degli atleti, ci capiamo anche se non ci sopportiamo. Io credo che se sapessi fare la verticale su una mano sola andrei al bar qua sotto, chiederei un cafe con leche e al momento di pagare direi Disculpe usted, camarero, ero convinto di avere due euro in tasca, ma se vuoi ti faccio la verticale su una mano sola e il bicchierino d’acqua me lo bevo a testa in giù, con la cannuccia, così mi passa il singhiozzo.
Poi la settimana a San Pedro è finita e ho dovuto chiudere in fretta la cerniera dello zaino perché stava partendo il motoscafo e come al solito la cerniera era incastrata. Quando si incastra una cerniera non è quasi mai colpa della cerniera (cerniera in spagnolo si dice cremallera, che si pronuncia cremagliera e mi fa sempre pensare a una cotta di maglia medievale), non è quasi mai colpa della cerniera, quasi sempre è colpa mia. In questo caso è colpa del segnalibro di stoffa della moleskine che sbuca fuori come una cravatta o la coda di un cane e intasa la cremagliera. Lo vedo spuntare marroncino tra il metallo e la stoffa rossa dello zaino e non ho il tempo di pensare che con un po’ di delicatezza si potrebbe, ecco, aspetta, con calma, no, macché, zac, uno strattone e la moleskine mi rimane in mano. Quando la apro, sul motoscafo, mi accorgo che la corda di stoffa del segnalibro ha tagliato a metà l’unica pagina su cui avevo scritto dieci righe. In questo momento (martedì ventidue aprile 2014, tre di pomeriggio, barrio de Lavapiés, Madrid, Sidney Bechet su Spotify e l’acqua sul fornello elettrico) sto per buttare via dieci mezze righe, le prossime, quindi prima le trascrivo.
Il mio desiderio più grande è essere teletrasportato repentinamente sulla cima del monte più alto di San Pedro e da lì abbracciarla tutta con un solo sguardo senza la fatica della scalata. Sarò solo sulla cima e inevitabilmente festeggerò il miracolo con un grido bestiale della gola. Canterò cose che non canterei se non fossi qui, e invece eccomi. Dopo il rumore e la musica verranno le parole, per forza, per sfortuna. Per i successivi otto mesi parlerò alle pietre. Queridas pedras de San Pedro, siamo venuti in Andalucìa con dei francesi e ogni volta che passava un cane io dicevo Uh la la, un chien andalou, e ci faceva ridere ogni volta, che ci volete fare, pietruzze mie. Una donna nuda prende a manate un tamburo e canta Tú no tienes la culpa mi amor que el mundo sea tan feo, tú no tienes la culpa mi amor de tanto cachondeo e tu in quel momento le credi. Poi scopri chi ha scritto quelle strofe e vorresti solo uno specchio per sputarti in faccia. Poi ti dici meglio hippie che hipster. Poi ti dici che hai cose più interessanti da dirti.
Cos’altro ho scritto? Una poesia di quattro righe in spagnolo sull’armadio di mia nonna e su quanto sarebbe necessario in questo momento l’armadio di mia nonna per far durare un altro po’ il fuoco intorno a cui stiamo cantando la canzone di mia nonna e del suo armadio e di quanto sarebbe necessario in questo momento il suo armadio per far durare un altro po’ il nostro fuoco e di quanto sarebbe bello se il fuoco potesse durare finché continuiamo a suonare, e invece no, il miglior contributo di una chitarra a un falò in spiaggia è buttargliela dentro, a meno che tu non abbia a portata di mano tua nonna il suo armadio o il suo ricordo.

(riassumendo) un libro e un disco

nel 2013 tra l’altro ho fatto un disco e un libro quindi bisogna che lo scriva adesso perché tra dieci minuti andiamo a mangiare dal senegalese.
il libro si chiama il verbo rubare e ne ho messi dei pezzi in questi mesi, ma da questo momento esistono l’epub e il mobi, così se ti hanno regalato un kindle a natale è tutto molto più comodo. in copertina c’è un quadro che monk ha rubato a rousseau per fare un disco in cui ruba i pezzi a ellington. il quadro si chiama il pasto del leone. la casa editrice è la migliore di tutte.
il gruppo con cui ho fatto settanta concerti nelle ultime cinquanta settimane si chiama jingle django e siamo un clarinettista italiano, un chitarrista francese, un tubista (?) spagnolo, un fisarmonicista felino, un trombettista di mallorca e un percussionista brasiliano, e non è per niente una barzelletta. un giorno di dicembre ci siamo chiusi in una stanza e abbiamo registrato otto pezzi. come il libro, il disco si può disfrutare gratis su internet o scaricare a offerta libera, anche niente, io sono contento lo stesso, gianni.
arrivo arrivo.

as much as i love dizzy and loved louis armstrong, i always hated the way they used to laugh and grin for the audiences. i know why they did it - to make money and because they were entertainers as well as trumpet players. they had families to feed. plus they both liked acting the clown; it’s just the way dizzy and satchmo were. i don’t have nothing against them doing it if they want to do. but i don’t like it and didn’t have to like it. i come from a different social and class background than both of them, and i’m from the midwest, while both of them are from the south. so we look at white people a little differently. also i was younger than them and didn’t have to go through the shit they had to go through to get accepted in the music industry. they had already opened up a whole lot of doors for people like me to go through, and i felt that i could be about just playing my horn - the only thing i wanted to do. i didn’t look at myself  as an entertainer like they both did. i wasn’t going to do it just so that some non-playing, racist, white motherfucker could write some nice things about me. i wanted to be accepted as a good musician and that didn’t call for no grinning, but just being able to play the horn good.

Una ragazza sola di notte a piedi per strada

Una ragazza sola di notte a piedi per strada. Ha finito le sigarette. Vede in fondo alla strada la luce di un distributore. Di fronte alla macchinetta c’è un signore sui sessant’anni, capelli grigi tirati indietro, un po’ ingobbito, il portafogli in mano, una sigaretta in bocca e un lungo cappotto marrone sopra quello che ha tutta l’aria di essere un pigiama. Nel tempo che ci mette la ragazza a coprire i venti passi di distanza che la separano dal distributore, l’uomo tira fuori cinque euro dal portafoglio, li mette nella fessura, seleziona il prodotto, non seleziona l’eventuale altro prodotto, prende il pacchetto, Pall Mall rosse, se lo mette in tasca, ritira il resto, fa per andarsene. Il rumore degli spiccioli sfuma in quello dei tacchi, l’uomo gira la testa e la vede: è mora, ha due belle tette, il vestito verde le lascia nude le braccia. Ha qualcosa, un tatuaggio, non si capisce se un fenicottero o un angelo.

Dietro la ragazza passa un africano in bicicletta, in tuta e ciabatte. La ragazza fruga nella borsa di stoffa, alza la testa, sorride al signore. Il signore piega leggermente il collo, si infila il pacchetto in tasca e fa il secondo passo verso casa.

Scusa, me la daresti una sigaretta?

L’uomo si gira. Guarda la ragazza. Poi guarda il distributore. Poi di nuovo la ragazza. Poi di nuovo il distributore. Poi si mette una mano in tasca, tira via il cellophane dal pacchetto, strappa la carta stagnola e dà alla mora la prima sigaretta del suo pacchetto nuovo.

Grazie.

Prego.

Hai anche da accendere?

Tenga. Tieni.

Grazie.

Prego.

L’uomo butta la sigaretta vecchia, ne tira fuori un’altra e l’accende. Di nuovo, fa per andarsene.

Senti, non è che ti va di darmi tutto il pacchetto?

La faccia stupita dell’uomo diventa una faccia molto stupita. La ragazza non ha il tono lamentoso della mendicante: la sua voce è ferma, mora, vestita di verde, con qualcosa sul braccio. E gli ha appena chiesto un intero pacchetto di sigarette. Di fronte a un distributore di sigarette. Dandogli del tu. Una ragazza di notte ha finito le sigarette e incontra un signore di fronte a un distributore e invece di comprarsele gliene scrocca prima una e poi tutto il pacchetto e il signore cosa fa? Il signore le guarda di nuovo le tette, il braccio, sì, è un fenicottero, di nuovo le tette, la bocca, gli occhi, poi si guarda le mani: nella destra l’accendino, nella sinistra un pacchetto di Pall Mall rosse con dentro diciotto sigarette.

Tieni.

Grazie.

La ragazza mette il pacchetto nella borsa di stoffa, si gira e se ne va. Tac, tac, tac. L’uomo tira fuori di nuovo il portafogli, cerca un’altra carta da cinque euro, non ne ha più, ne tira fuori una da dieci, compra due pacchetti di sigarette, prende gli spiccioli, se li mette in tasca, si gira, attraversa la strada e rientra in casa con quaranta Pall Mall rosse in tasca e una in bocca.

Ueilà Giorgio, sei tornato.

Sono tornato sì mamma, dove dovevo andare? Te l’avevo detto che scendevo un attimo a comprare le sigarette.

Eh, ma di solito quelli che dicono così poi spariscono per sempre.

Sei in forma, stasera.

Ho i miei momenti.

Lo vuoi sapere cosa mi è appena successo?

Certo.

Una ragazza mi ha scroccato un pacchetto di sigarette.

In che senso?

Nel senso che mi ha chiesto un pacchetto di sigarette intero e io gliel’ho dato.

Era una mendicante?

No, direi di no.

Cioè ti ha chiesto un pacchetto di sigarette e tu…

Prima me ne ha chiesta una, e gliel’ho data. Poi mi ha chiesto tutto il pacchetto, e gliel’ho dato.

Ma di fronte al distributore?

Di fronte al distributore.

Ma non ce li aveva i soldi?

Ma che ne so, forse non aveva voglia di spenderli.

E tu gliel’hai dato.

Quattro euro e ottanta.

Era bella?

Sì.

—-

questo è il capitolo più corto de il verbo rubare, duecentomila battute che hanno bisogno di una password per essere lette. per averla, basta mandare una mail anche vuota a ilverborubare chiocciola gmail punto com. è un libro digitale, nel senso che non esiste la versione cartacea, ed è offerta libera, nel senso che puoi pagare quanto ti pare, anche niente.

oppure, più rapidamente: questo è il mobi, questo è l’epub.

(viva barabba, come al solito)